Nuovi criteri per i fondi UE post2020

Tra i molti cambiamenti proposti per la prossima programmazione UE, sono annunciati anche nuovi criteri non-economici per la ripartizione dei fondi.
L’Estonia avrà il più alto contributo per abitante da parte dei prossimi fondi europei: potranno sorridere guardando il golfo di Finlandia?

Risale alla fine di maggio del 2018 la pubblicazione della prima bozza completa del regolamento che detta le disposizioni comuni a sette fondi europei da attivare nel post2020. Si tratta delle cosiddette “Common Provisions” e la loro elaborazione spetta alla Commissione Europea, che le sottopone all’esame del Parlamento e dei tanti altri organi che a vario titolo prendono parte all’iter decisionale dell’UE.

Su questa base si è dunque aperto ufficialmente il dibattito, e le novità su cui prendere posizione non sono poche! La prima di tutte è proprio il fatto che si tratti di un’unica proposta di regolamento che disciplini i meccanismi di ben sette fondi (sviluppo regionale – FESR; sviluppo sociale – FSE+; fondo di coesione; fondo per la pesca; fondo per l’asilo e le migrazioni; fondo per la sicurezza interna e lo strumento per la gestione delle frontiere e dei visti), mentre per adesso è stato lasciato a sé stante un altro importantissimo strumento della politica comunitaria: il fondo per lo sviluppo agricolo, che invece il Parlamento europeo (13.02.2019) ha raccomandato di includere nella politica di coesione. Chi volesse ascoltare una presentazione più dettagliata, può assistere al video del lancio della proposta a Roma, in un evento organizzato dal Ministero per il Sud.

Per la politica di coesione economica, sociale e territoriale, la proposta è di destinare 330 miliardi di euro nel corso della prossima programmazione, di cui circa 90 per il FSE, circa 40 per il fondo di coesione (al quale l’Italia non attinge perché è riservato ai paesi con un PIL inferiore al 90% della media UE) e i rimanenti 200 per il fondo di sviluppo regionale, includendo 8,4 miliardi per la cooperazione territoriale (Interreg).

I punti essenziali su cui si regge la prospettiva politica della nuova organizzazione dei fondi sono: la semplificazione, la flessibilità e il miglioramento dell’efficacia con cui i programmi contribuiscono al raggiungimento degli obiettivi di governance economica dell’Unione. Naturalmente, gli occhi di tutti sono puntati sulla distribuzione nazionale dei fondi, ancor più in questo periodo in cui le rivendicazioni locali si fanno sentire con insolita urgenza. In questa prima ipotetica ripartizione, all’Italia sarebbero assegnati circa 39 miliardi, con un incremento del 6% rispetto alla programmazione attuale, corrispondenti a un’intensità di aiuto di 91 euro a testa all’anno (che, sia detto tra parentesi, sono ancora circa il triplo di quelli che riceverebbero francesi, belgi o tedeschi). La tabella completa è reperibile a pagina 15 della rivista Panorama n.65, preparata dalla DG Regio.

Mappa dell’eleggibilità regionale 2021-2027

I criteri proposti per la distribuzione dei fondi sono modificati rispetto a quelli usati per il 2014-2020. Innanzitutto, le regioni sarebbero divise in tre grandi gruppi: le “meno sviluppate” con un PIL procapite inferiore al 75% della media UE27, quelle “in transizione” con un PIL procapite tra il 75 e il 100% e quelle “più sviluppate” con un PIL superiore alla media. Per ognuna di queste categorie, il contributo massimo derivante dai programmi comunitari avrebbe dei limiti differenti, collocato al 40% per le regioni più sviluppate, al 55% per quelle in transizione e al 70% per le altre regioni e per i programmi di cooperazione territoriale, il fondo di coesione e le regioni ultraperiferiche. La nuova mappa dell’eleggibilità delle regioni è quella a fianco, pubblicata nello stesso numero di Panorama.

Ma il fatto più rilevante è che la formula di ripartizione dei fondi, che già adesso non si basa esclusivamente sul PIL ma comprende criteri socio-economici, demografici e di specializzazione accademica, adesso si farebbe carico anche del tasso di disoccupazione giovanile, del basso livello di scolarizzazione, dell’esposizione al cambio climatico e della quantità di migranti ricevuti.

Criteri di calcolo
2014-2020
2021-2027
PIL
86%
81%
Mercato del lavoro, educazione, demografia 14%
15%
Rischi da cambio climatico
1%
Integrazione dei migranti
3%

 

Questo maggior peso (complessivamente circa il 20%, vedi la tabella sopra) attribuito a fattori non semplicemente misurabili con i parametri economici è una delle risposte che le istituzioni comunitarie cercano di dare alle istanze dei cittadini che reclamano una maggiore attenzione ai problemi locali. Questi sono spesso difficili da tradurre in linee politiche generali, che siano allo stesso tempo condivisibili da chi deve prendere le decisioni e le cui ricadute siano percepite positivamente da chi richiede una soluzione ai propri problemi.

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