Interreg, Brexit, backstop… e Henry!

Mezzo millennio fa si sono gettate le basi per il rompicapo del backstop, che pare affonderà il Regno unito (o i suoi cittadini)
Internazionalmente - Brexit - Backstop
C’è chi diceva che la religione è l’oppio dei popoli.. certo che a volte annebbia ancora.

Tomás de Torquemada bruciava nell’inferno da trent’anni. Shakespeare sarebbe nato trent’anni dopo e Cristoforo Colombo aveva da poco aperto la via dell’emigrazione nelle Americhe che avrebbe effettivamente avuto nefaste conseguenze per i popoli locali: invasi e schiacciati da veneti e altre tribù italiane, polacchi, ungheresi, inglesi, irlandesi, spagnoli, portoghesi et cetera et cetera et cetera.

Correva l’anno 1530, quando gli ardori di Henry VIII Tudor e Ann Boleyn sfociarono nello scisma anglicano, tutto in seno alla chiesa cattolica romana, senza che intervenisse la riforma luterana, che pure era già iniziata! E così, malgrado ci si faccia spesso e volentieri beffe delle guerre di religione degli altri: integralisti, incivili, sottosviluppati, idolatri…. un bel numero di cervelli europei sta a scervellarsi attorno al “backstop” [vedi: Brexit: che cosa è il backstop], ovvero a come mantenere-senza-farla-vedere una frontiera tra irlandesi liberi e irlandesi che ancora sentono il bisogno della protezione di Queen Elizabeth (Defensor fidei dice ancora il suo stemma) per difendersi dagli imprevedibili soprusi architettati del Papa.

Così, proprio i fedeli sudditi di Her Royal Highness hanno assistito impotenti a un’operetta di mezza estate, che fa sembrare uno tsunami di democrazia le nostre percentuali di votanti da assemblea di condominio, e che ha incoronato Primo Ministro il più sfacciatamente e comprovatamente bugiardo dei due finalisti della corrida Tory. Entrambi, per attirare l’attenzione, sono stati costretti a pavoneggiarsi sparando panzane grossolane di fronte alle quali pure i loro correligionari fanno gli scongiuri e promettono voti contrari. Nell’epoca della politica dei cinguettii, a nulla vale il ragionamento: troppi caratteri e troppo tempo per chi ha già deciso in che cosa credere e si preoccupa solo di aumentare like, share e comments per far vedere di aver ragione. Qualcuno avrà già visto (mi auguro rabbrividendo) il documentario “The Great Hack” e qualcuno avrà guardato anche il documentario di ricostruzione della negoziazione per la Brexit preparato da TV ARTE, visibile on-line: Brexit: the clock is ticking o anche quello della BBC Four, anche questo disponibile on-line: Brexit behind closed doors.

E non è in questo momento che ritorneremo sul tema di quanto sia democraticamente valido un voto ottenuto sulla base della truffa, già sancita anche dai tribunali e dal conseguente fallimento di Cambridge Analytica. Il fatto è che il Regno Unito è saltato dalla scogliera e cade a capofitto verso il no-deal o, alternativamente, la più grande nemesi politica della storia moderna. Boris-il-clown, come era chiamato quando si è fatto largo nella campagna a sindaco di Londra, o Borisconi, come è stato ribattezzato ora per la sua abilità a coniugare realpolitik e media adesso ipnotizza gli inglesi facendo il duro: “non parlo con nessuno se l’UE non cancella il backstop“, tralasciando che l’abbia firmato il suo governo e che – come minimo – la logica vorrebbe che ci si presentasse con un’idea alternativa. Ma tutto questo è troppo sofisticato per racchiuderlo in un cinguettio.

Riassumendo…

I testi firmati dall’Unione europea e dal Regno unito, a seguito della dichiarata volontà referendaria di uscire dall’Unione dopo 44 anni, sono due: un accordo di uscita e una dichiarazione politica. Nel primo si mettono a posto tutte le pendenze e nel secondo si tracciano le linee di come ci si relazionerà in seguito: un lavoretto insolitamente ordinato di circa 600 pagine consultabile liberamente sotto l’ombrellone seguendo questo click.

Internazionalmente - Brexit - Backstop - Gaifami
L’accordo di uscita dall’UE: 600 pagine e due anni di negoziazioni.

L’accordo di uscita è un documento legale che affronta vari aspetti concreti tra cui i più importanti sono:

  • il mantenimento dei diritti dei cittadini britannici che vivono nell’Unione e viceversa;
  • la liquidazione degli impegni economici assunti dal Regno unito quando era membro (la programmazione comunitaria è fatta sulla base di 7 anni e le rate vanno pagate fino alla fine);
  • la sistemazione di un’infinità di processi interlacciati e aperti, che vanno trasferiti a un altro regime di rapporti (per esempio: la circolazione delle merci che sono già sul mercato, le procedure giudiziali in corso).

L’accordo stabilisce anche che durante il periodo di transizione (21 mesi prorogabili una sola volta), il Regno unito sarà trattato come uno stato membro, ma senza diritto di voto e rappresentanza. A questo accordo sono allegati tre protocolli, di cui il più contestato è quello che regola i rapporti di frontiera in Irlanda (208 valichi ufficiali e un’infinità attraverso la brughiera). In Irlanda del Nord da 30 mesi non esiste il governo locale (hanno addirittura tagliato gli stipendi ai parlamentari, visto che non lavorano!) e quindi la rappresentanza politica è totalmente nelle mani degli inglesi, il cui governo – occasionalmente – sta in piedi per i pochissimi voti decisivi del partito unionista irlandese!

Il nuovo governo inglese ha deciso di rischiare il tutto per tutto e cancellare il backstop, senza dire come e aggirandosi in una gabbia sempre più stretta di decreti, voti e leggi che il resto del Parlamento sta costruendo per evitare il no-deal (sotto lo sguardo serafico e inanimato del supposto leader dell’opposizione, che non riesce a andare d’accordo con se stesso). Non è certo un caso che il Primo Ministro abbia assunto come consigliere personale quel Dominic Cummings, che politico non è, ma da esperto manipolatore di big-data sta preparando la campagna elettorale che inevitabilmente sarà lanciata tra poco.

Di fatto, a nessuno va giù la costruzione del backstop (è innegabile che leghi la politica commerciale del Regno unito a quella dell’Unione europea, senza avere diritto di definirla), ma la maggior parte del Parlamento inglese la considera meglio di un no-deal e – soprattutto – nessuno si sogna di ricostruire una frontiera con l’Irlanda del Nord, sul cui confine insanguinato veglierebbero Henry and Ann.

Per finire…
Internazionalmente - Interreg - Cooperazione territoriale
Interreg: i programmi di cooperazione territoriale transnazionale per il 2014-20

A parte tutti i programmi comunitari di cui ovviamente il Regno unito fa parte e beneficia, sono particolarmente significativi e insostituibili quelli che prevedono la cooperazione di un partenariato transnazionale: Erasmus e Horizon i più famosi e Interreg il più concreto. Il Regno unito fa parte di tre programmi di cooperazione territoriale transfrontaliera con l’Irlanda (Irlanda-Nord Irlanda-Scozia: 240 MEUR; Irlanda-Nord Irlanda: 270 MEUR; Irlanda-Galles: 80 MEUR), uno con la Francia (220 MEUR) e vari di cooperazione transnazionale del Mar del Nord (170 MEUR), del Nord-Ovest (400 MEUR), dell’Arco Atlantico (185 MEUR) e della Periferia Nord (50 MEUR) oltre a essere membro (grazie alla colonia di Gibilterra) dei programmi di cooperazione mediterraneo e del sud-ovest europeo. Speriamo che non siano soldi e energie gettate nel Canale!

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