Lucciole per lanterne

Le disparità regionali sono la causa del malcontento, della delusione, dell'insoddisfazione, del senso di impotenza, ma sono difficili da superare: più facile indirizzare la rabbia verso gli spaventapasseri. Peccato che non serva!
Internazionalmente - Disparita regionali - Gaifami
Copacabana: la disparità sociale enorme nelle poche centinaia di metri che dividono la spiaggia più famosa del mondo dalla favela mette a nudo l’inadeguatezza della statistica su base territoriale.

Passate le elezioni senza essere investiti dalla buriana che era minacciata dai sempre meno affidabili, manipolati e auto-referenziali “social media“, è arrivato il tempo di tornare a affrontare seriamente la realtà, e a trovare risposte e soluzioni concrete ai veri problemi. Mentre gli stati membri e i partiti negoziano le nomine dei vertici delle istituzioni comunitarie, mentre l’Inghilterra (sotto lo sguardo incredulo e impotente degli altri paesi del Regno Unito) cerca di sciogliersi dall’avviluppo laocoontico in cui Cameron e Johnson l’hanno spinta, le Direzioni Generali della Commissione riprendono a avanzare nella programmazione della prossima stagione budgetaria.

Le disparità regionali continuano a essere l’ostacolo da appianare, l’incubo che misura l’efficacia dei fondi destinati alla politica di coesione: circa un terzo del bilancio comunitario. Una quantità di denaro certo irrisoria rispetto al valore dell’economia reale (molto meno dell’1%) su cui però sono puntati gli occhi di tutti, perché ai fondi strutturali e di investimento (meglio sarebbe dire “alle politiche che li indirizzano”) è affidata la missione taumaturgica di intervenire nel mercato in modo da correggere le storture che si porterebbe dietro: si tratta di fare il miracolo di evitare la legge della giungla e organizzare invece un alveare.

Conoscere, definire e misurare i problemi è il primo passo per cercare delle soluzioni e poterne misurare l’efficacia. Qualche mese fa, Internazionalmente aveva già riportato l’intenzione della Commissione di introdurre dei parametri di misura delle disparità regionali che andassero al di là del quadro – pratico, ma semplicistico – dei PIL. Qualche decennio fa, Samir Amin è stato il primo a ammettere che le teorie dello sviluppo e le supposte ricette per combattere il sottosviluppo erano insoddisfacenti e avrebbero dovuto prendere in considerazione i concetti di centro e periferia e ha aperto gli occhi sul fatto che ogni “centro” e ogni “periferia” contengono – come lo Yin e lo Yang – il germe del proprio opposto. Allo stesso modo, ragionare sul PIL, dà una direzione, ma non serve a trovare la strada: sarebbe come voler andare in giro tra le colline delle Langhe semplicemente seguendo l’azimut con una bussola!

Per una volta, l’Italia non è rimasta indietro: già nel 2012, Fabrizio Barca, allora Ministro per la Coesione territoriale, aveva gettato le basi di una Strategia Nazionale per le Aree Interne che mira proprio a intervenire nelle aree marginali, quelle che il gergo comunitario ha etichettato come “lagging behind“, che “stanno rimanendo indietro” (vedi Lagging regions report).

Il rinnovamento della politica di coesione non passa quindi per il tradizionale obiettivo del riequilibrio economico, ma deve affrontare la sfida di creare condizioni di uguali opportunità per tutti. E le zone statistiche di Eurostat devono esser lette con occhi più attenti: un approccio che voglia raggiungere obiettivi di uguali opportunità deve costruire le linee guida della programmazione tenendo presente che la dicotomia centro/periferia passa all’interno delle NUTS [NUTS: Nomenclature des Unités Territoriales statistiques, sono le unità di aggregazione dei dati statistici utilizzate per la ripartizione delle risorse comunitarie], per piccole che siano. I nuovi programmi dovranno inventare nuovi indicatori, che diano la misura indiretta dell’evoluzione di concetti come bassa performance educativa, direttamente correlata a alti livelli di povertà; degli effetti delle globalizzazione, come la rilocalizzazione e l’esternalizzazione delle manifatture e dei servizi, l’eredità dei sistemi economici del passato, la lontananza geografica, la scarsa disponibilità di risorse umane, finanziarie e naturali, che si traducono in marginalità sociale, misere condizioni abitative, insufficiente offerta di servizi di salute e formativi, maggiori livelli di disoccupazione e infrastrutture inadeguate.

Al sistema di soluzioni che vogliono affrontare la complessità dello sviluppo lasciando da parte la sconcertante politica dei cinguettii, si è dato il nome di smart specialisation: su questa base, la SOGES progetta i suoi interventi di sviluppo locale e di cooperazione.

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